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L’unica cosa salvabile in extremis è la colonna sonora, abbastanza carina, e qualche scena, si fa per dire, divertente (l’assassino che si materializza da una poltrona anti-stress e viene catapultato insieme al protagonista all’interno di vari programmi televisivi). Un mix sconclusionato oltretutto di clichè horror che messi assieme non c’entrano nulla l’uno con l’altro e ne in terra ed aumentano lo status di ironia (elementi paranormali e fantasmagorici di scarsissimo effetto e nettamente fuori luogo Un film di serie B in tutto e per tutto di cui sconsiglio vivamente la visione. Incredibile come Craven possa oscillare tra il bene e il male, pur dimostrando ormai di saperci fare con il cinema se solo lo volesse. Inutile l’apparizione per pochissimi secondi, come vittima dell’assassimo, di Heather Langenkamp (final girl di A Nightmare on Elm Street (1984) di cui talaltro c’è un remake) che viene accreditata su alcuni siti come avesse una parte importante nel film, ed anzi, è difficilmente riconoscibile e quindi serve a “far solo nome” (come può essersi prestata a tale compito dopo essere stata protagonista di un vero classico). Tirando le somme questo film può essere considerato tra i film “apice” della spazzatura prodotta dal regista.
Senza nulla togliere o aggiungere, Cosa avete fatto a Solange? lo collocherei nella media dei film del genere di quegli anni. Di sicuro per apprezzarlo dovrete essere amanti del thriller all’italiana o del giallo in generale, altrimenti, credetemi, è quanto di più scontato ci sia. Ripeto, non è ne di più ne di meno di ciò che è stato proposto dai registi italiani del periodo, e anzi, giusto per dare credito, essendo datato 1971 è forse uno dei primissimi su questo filone e nel complesso a differenza di molte altre “trashate” ha qualcosa in più, trattando in modo crudo il tema dell’aborto forzato. La storia come detto, benché alla fine possa sembrare banalotta per l’interesse dello spettatore, è comunque condotta abbastanza bene, anche se il susseguirsi degli eventi, tra gli omicidi e le indagini, non è di particolare presa (ma è comunque una prerogativa del genere). Cosa avete fatto a Solange? ha tuttavia elementi che, analizzati tecnicamente e in modo critico, (quindi tralasciando la visione distratta) elevano il valore del film consacrandolo comunque tra i più seri del filone: è ben diretto ( alcune inquadrature sono efficaci), gli omicidi sono (anche se non a livello scenico) concettualmente perversi e atroci e anche la recitazione è professionale. Bella l’interpretazione di Camille Keaton nella parte di Solange, bravissima nell’evidenziare gli squilibri mentali causati dalla violenza subita. Sono punti che, almeno a livello tecnico, contribuiscono ad arricchire il livello di gradimento e far scivolare il film fino alle rivelazioni finali sebbene poi queste non siano nulla di così shockante e inimmaginabile. Nota positiva infine per la colonna sonora di Ennio Morricone, anche se di sicuro non rimarrà tra le sue più memorabili. Cosa avete fatto a Solange? è quindi un film che saprà soddisfare sicuramente gli amanti più affezionati del giallo-thriller all’italiana e in alternativa gli spettatori di ampie vedute o quelli meno esigenti, forse per la tematica trattata, forse per il collocamento temporale, forse per l’abbondanza di scene di nudo.
Genere: Commedia, Romantico Note: There is a rating embedded within this post, please visit this post to rate it.
Pessimo quanto il suo predecessore (Leatherface: The Texas Chainsaw massacre 3) questo film è la parodia del titolo originale , ed è percio’ che spero non sia stato concepito da Henkel come remake, tanto più dopo aver collaborato con lo stesso Tobe, ma che sia passato anche negli altri stati come quarto (e spero ultimo) capitolo della saga (come se gli altri episodi avessero qualcosa a che competere con il primo). Nulla che dire: il punto più basso è stato toccato dal precedente episodio e nulla poteva essere peggio, anzi , l’aria demenziale di questo film sotto alcuni aspetti lo rende per qualche minuto anche godibile e se preso sul ridere non è poi così uno dei film più brutti del cinema horror come gran parte della critica vuole far credere. Ogni cosa in questo film sembra essere studiata apposta per essere trash, questa è l’impressione che ho avuto, e si va avanti a vedere il film solo per vedere quanto le idee siano sconclusionate o fino a che livello siano riusciti ad infangare un classico (la famiglia di cannibali che ordina la pizza fa capire che c’è ben poco dell’originale idea malsana). A dire il vero remake o sequel poco centra questo film con il titolo riportato e la famosa motosega sembra quasi essersi arrugginita per quanto sia stato concepito male questo film. Stupenda (ironicamente parlando) una delle scene finali dove Leatherface viene ucciso da un miniaereoplano, il tutto girato in una giornata di splendido sole. Ogni dettaglio sulla storia è superfluo…bocciatissimo!!!
Genere: Fantasy, Avventura Note: There is a rating embedded within this post, please visit this post to rate it.
Potrei definire questo film come una serie di scene incollate, molte volte anche in modo sconclusionato tra loro, per la durata allucinante di quasi due ore, il che è ulteriormente snervante. L’elemento che rende questo film povero e anonimo è il volerlo collocare in mezzo tra i film d’arti marziali cinesi e l’ horror, rivelandosi poi un pastone orientale dove sono le scene di combattimento e dialoghi assurdi a prevalere, il tutto tinto da un’ atmosfera pseudo-horror. (una delle poche note positive è il trucco del vampiro, davvero ben fatto, e qualche effettino speciale di tanto in tanto…anche sanguinario). Come detto prima si ha l’impressione di perdere il filo della storia dopo i primi 10 minuti (per me la parte più bella del film, dove si potrebbe prospettare di molto meglio) e si viene catapultati in una sequenza di scene “collage” che danno come risultato solo noia nello spettatore. La storia per via di questo “problema” di montaggio e una recitazione non sempre all’altezza non è gustabile, e in sé le scene vengono tirate per le lunghe, non mostrando nulla di interessante, o almeno, qualora ci fossero spunti buoni, immancabilmente sfociano nel banale (si ha come l’impressione che i tempi vengano dilatati, quando con uno story board migliore, qualche scena più significativa e dei dialoghi migliori avrebbero tirato fuori un buon film di 75 minuti). Il film ha un finale aperto alla possibilità che possa esistere un seguito, speriamo proprio di no. In conclusione: Era Of Vampires è un film di bassa lega e come prodotto forse non è neppure un horror. Non vi consiglio la visione, o al limite, solo se volete gustarvi qualche scena di combattimento.
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Questo film a dispetto di ciò che si potrebbe pensare non è un remake come poteva esserlo il Nosferatu- principe della notte di Werner Herzog (interpretato dal grande Klaus Kinski, con Isabelle Adjani), del 1979, ma bensì un’inventata ricostruzione abbastanza pittoresca del making di Nosferatu, dietro al quale ci celano leggende che vedono come interprete un vampiro realmente esistito e non un attore. Alcune voci aleggiano sull’ipotesi che Murnau avesse ingaggiato Max Schreck, un attore di teatro, e che in realtà questi fosse un vero vampiro, altri invece sostengono che l’attore che interpretò il conte Orlok (questo il nome del protagonista del film, cambiato appositamente per problemi legali con il copyright sul romanzo di Bram Stoker) non fosse Shreck ma un vampiro vero che il regista incontrò in viaggio sui Carpazi. Che vi crediate o meno a queste leggende il film L’ombra del vampiro tratta appunto di questo, prendendo in considerazione la seconda ipotesi, ed è rincuorante vedere come accanto a fatti completamente (e ovviamente) inventati vi siano anche riferimenti storici ben precisi, e parecchie scene del film sono attenenti a documentazione vera. Credo che ci sia stato oltretutto uno studio approfondito, con fondamenta ben solide, su Murnau (pare sia vero che fosse omosessuale) , sulla sua troupe e sui vari spostamenti nei Carpazi e i vari cambi di location ai fini di girare il film. Questo film quindi può essere tranquillamente interpretato in parte come un documentario di quello che fu il “making of “ del film del 22 e dall’altra un fantasioso viaggio cinematografico nelle credenze tramandate in tutti questi anni. L’ombra del vampiro è in se ben girato, con trovate eccellenti a livello di riprese, e gioca abbastanza bene su quelli che presumo fossero le intenzioni di chi lo ha pensato, ovvero il ricreare un’atmosfera rarefatta e misteriosa e porre maggiore attenzione sul fascino che gira attorno ad un film così vecchio, quindi l’obiettivo è in un certo senso centrato. Dall’altra parte ahimé abbiamo un film troppo statico e descrittivo per essere goduto e per colpire che forse può interessare solo quelli più appassionati dello storico film del 22. Non sono presenti, per così dire, sequenze altamente significative ma è tuttavia bello come risalti la psicologia di quello che dovrebbe essere un vampiro vero , calato nei panni di un attore, per ottenere (si scoprirà poi) come “premio” l’attrice che dovrebbe interpretare Ellen. Interessante il gioco che propone Merhige facendo vedere quali sarebbero dovuti essere (nella fantasia del film) i retroscena, immaginando ad esempio che l’attrice Greta Schröder e tutta la troupe alla fine possano essere effettivamente morti tutti (ipotesi non palpabile) e il Nosferatu realmente dissolto allaluce del sole, e mischiandoli poi alla realtà dei fatti documentabili (bello il passaggio dalla regia “film” a quella in bianco e nero con “iride ristretta” tipica del cinema espressionista, accostata poi a qualche scena originale del film). Interessante dunque se preso dal punto di vista più pittoresco e non nascondo che questo film in senso lato è anche intrigante, ma ciò non basta ad attirare un pubblico più vasto o, al limite, ad appassionare completamente uno spettatore più appassionato alla storia, perché è il film in se che in qualsiasi modo lo si possa rigirare non avrebbe potuto pretendere di più. Quindi, per ciò a cui è necessario è promosso, ma paragonato a visioni più scorrevoli non lo consiglio alla maggior parte di voi. Se volete dargli comunque un’occhiata perché avete letto riguardo Murnau o Shrieck e immergervi così in un’atmosfera vetusta non è certo una cattiva visione questa.
Genere: Commedia
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Il terzo capitolo della serie è a mio parere il più povero dei quattro, e per essere più preciso è un film pessimo e rarissime sono le cose da salvarsi. Più di metà del film scorre via senza scene significative o almeno di impatto visivo e se il buon giorno si vede dal mattino è prevedibile che la vicissitudine siano un susseguirsi di scene prevedibili e prive di significato. Nulla di questo film sembra poter suscitare l’interesse nemmeno del fan più oltranzista del trash, dalla storia, palesemente identica ai precedenti film, agli effetti speciali quasi privi. Tutti gli elementi positivi anche per quanto riguarda le sensazioni negative che poteva suscitare The Texas Chainsaw massacre e che col secondo episodio erano scemate parecchio in questa terza puntata vengono quasi completamente a mancare e la stessa figura di Leatherface, che dal titolo dovrebbe essere posto al centro, sembra quasi essere una figura secondaria o almeno, molto meno terrorizzante e rilevante per la storia. L’unica innovazione che mi è parsa abbastanza efficace, anche se non sfruttata ottimamente, è stata l’introduzione nel cast formante la famiglia di psicopatici di una bambina: l’idea se giocata meglio poteva fruttare molti più consensi a mio avviso, ma come del resto tutti i labili punti buoni del film se sfruttati meglio potevano risollevare le sorti di questa pellicola. Come al solito il finale è alquanto stupido, e mi chiedo ancora una volta perché all’epilogo di questi film di pessima fattura ci debbano essere sequenze ancor più rovinose. Se cercate un “Non aprite quella porta” il primo è l’unico e inimitabile, al massimo date un’occhiatina a The Texas Chainsaw massacre 2 che è sicuramente meno deludente, o ancora The Texas Chainsaw massacre 4 che per quanto sia al limite del demenziale ha qualche elemento in più per portarvi fino al termine della visione. Di più, se cercate qualcosa che possa ricordare il primo Non aprite quella porta di Hooper (secondo film del regista), ma che non sia un sequel , un remake, o un film che si ispiri ad esso, è caldamente consigliato Quel motel vicino alla palude sempre di Tobe Hooper, terzo suo film, (il primo è Eggshells mai uscito in italiano e non è un horror) mille volte meglio sotto ogni aspetto di tutto ciò che ho citato.
Dimostrazione che i migliori film sono usciti fuori negli anni passati , sfruttando pochi mezzi ma grandi idee. The Fog, ispirato ad un romanzo di Edgar Allan Poe, è impregnato di atmosfera dall’inizio alla fine e tutto ciò che succedere riesce a tenere sul filo del rasoio (forse solo qualche minuto della parte centrale è poco scorrevole). L’altro grado di originalità della storia (anche se ad una lettura della trama potrebbe sembrare la classica storia di fantasmi), l’inventiva per la realizzazione degli effetti speciali e l’ottima recitazione ( dopo Halloween del ‘78 è ancora Jamie Lee Curtis la protagonista) supportati dall’impeccabile regia di Carpenter fanno di questo film un prodotto destinato a rimanere indelebile nella mente della maggior parte del pubblico. Una fantasmagorica storia di vendetta ambientata nella cittadina di Antonio Bay: qualcuno ritorna dal passato per riprendersi ciò che era stato rubato dagli abitanti molti anni prima , presenze che si confondono nella nebbia e uccidono per riavere un tesoro sottratto loro dagli avidi abitanti di Antonio Bay. L’effetto della nebbia è realizzato benissimo e il pubblico si ritrova immerso in una cappa di mistero. Anche i costumi e il trucco sono di sapiente fattura, e neppure l’aspetto gore viene tralasciato, con truci sequenze, per cui The Fog è sotto più aspetti un horror completo che sa appassionare. Inutile il remake del 2005 di Rupert Wainwright, reo di aver rovinato un master-piece e di averlo tramutato in un teen-age movie incapace di shockare anche un bambino. Se cercate un film atmosferico, sanguinario e avvincente, con un gustoso finale immergetevi in The Fog ….rivedendolo a volte mi sembra che la nebbia fuoriesca dallo schermo e mi avvolga.
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Partiamo dal presupposto che questo non è un film e non è neanche un “ finto documentario” sul paranormale, ma una perdita di tempo oltre il limite dell’irritante, ed in più non capisco come possa esserci tanta pubblicità in merito in giro per televisione di questi tempi. Quasi quasi la chiamerei truffa: ma quale L’esorcista dei nostri tempi, ma quale Il film che ha terrorizzato l’America! Paranormal Activity purtroppo ha goduto di una sponsorizzazione talmente elevata da spingere sicuramente qualche curioso ad andarlo a vedere al cinema, ma a che scopo spendere tanti soldi e tanto tempo per vedere un film fallimentare sotto tutti gli aspetti. In pratica in più di un’ora e mezza di film non succede nulla e anche nel finale dove ci si potrebbe aspettare un risvolto interessante si ha una conclusione abbastanza scontata ed improvvisata (Steven Spielberg ha suggerito di cambiare il finale per la versione del film per il grande pubblico, e sorge il quesito: come può un film così aver carpito l’interesse di un regista di tale calibro?) , come talaltro sono campati in aria i pochi particolari che dovrebbero contornare la monotonia del tutto. Mi fa rabbrividire l’idea che si sia già pensato ad un seguito, tra l’altro con il supporto della Paramount pictures, e sorge un altro quesito: come può la Paramount aver trovato interesse per tale prodotto? Credo che il punto dolente del film sia il voler essere il più credibile possibile. Questo sotto un certo aspetto avrebbe potuto anche funzionare, nell’intenzione di trattare il paranormale ma in veste di documentario, dove ogni stravaganza o elemento di fantasia in più avrebbe rovinato l’originalità dell’idea, ma all’atto pratico questa particolarità si rivela dannosa. Il pubblico è ovviamente consapevole del fatto che questa è solo finzione (da Blair Witch Project presumo la maggior parte della gente abbia smesso di credere nel film “reale” o forse solo gli americani lo fanno…che siano così creduloni ed impressionabili? Non credo) e si ritrova ad essere spettatore di un film praticamente vuoto dove sono rarissimi i passaggi d’interesse e di minima suspance, ed è per questo che ribadisco, all’alba di ciò, che sarebbe stato interessante qualche espediente più “horror” nella consapevolezza che stiamo guardando fatti non realmente accaduti. Probabilmente questa sarà l’intenzione del seguito, spero, e mi ripropongo di rimandare un giudizio stroncante o meno su questo primo capitolo, a visione avvenuta del secondo. Per il momento l’incredulità non mi permette neppure di giudicare obiettivamente questo film, o sarebbe il minimo dei voti, e sono ancor più sconcertato per come a volte si possa fare incassi tramite pubblicità ingannevole, almeno qua in Italia. Paranormal activity è costato 15.000 dollari ha gia guadagnato parecchi milioni presso le sale (fossero stati tutti come me non avrebbe guadagnato 1 dollaro): uno scontato, ingannevole, prodotto senza senso, applaudibile però perché la prova di come i media riescano ormai abilmente a pilotare lo spettatore dove vogliano loro.
Detto questo, Alvin Supertar 2 non introduce niente di nuovo, risulta godibilissimo e divertente per il pubblico a cui si rivolge, ma soddisfando solo il bisogno di mero intrattenimento: tutte le tematiche affrontate sono infatti messe in piedi attorno ad un’impalcatura di luoghi comuni (si veda la rappresentazione dell’universo scolastico) che non vengono neanche lontanamente messi in discussione.
Anche questo capitolo , che esce a 12 anni di distanza dal prequel è stato firmato da regista Tobe Hooper. La storia è sempre quella e pretende di riprendere la narrazioni anni dopo, con la famiglia Sawyer sempre in “attività”, e Leatherface sempre in primo piano nello svolgersi dei fatti . Parto subito dicendo che tra un film e l’altro c’è l’abisso: se il primo film riusciva a sconcertare per la sua genialità ed efferatezza questo seguito non è che la brutta copia con qualche accenno nostalgico alle atmosfere del film del 74. Stavolta Hooper non riesce per nulla a penetrare nello spettatore e a conti fatti si salva solo qualche scena dove la psicolabilità dei protagonisti emerge e si crea una minima suspance, qualche frase memorabile (“La sega è la famiglia!”) e un paio di location ben pensate. Per il resto ciò che poteva essere l’aria malsana del primo capitolo qui è solo un lontano ricordo e quasi tutto il film scorre inesorabilmente lento e constellato di banalità che possono solo far sorridere (potrebbe essere stato concepito con questa intenzione forse). Eroi del film sono una malcapitata dj e un tenente assetato di vendetta per la scomparsa del fratello, vittima della famiglia Sawyer nel primo episodio (il ragazzo paralizzato in carrozzina). Premesso questo la vicenda è sempre la stessa ma impastata veramente pessimamente questa volta. Lo stesso tenente è opera di azioni inspiegabili durante il film come il passare più di mezzora a distruggere a colpi di motosega il sotterraneo/casa della famiglia di Leatherface e soci (la stessa dj protagonista cade nel sotterraneo pieno di cadaveri in maniera quasi comica, ed altrettanto comico è il tentato salvataggio del tenente). Bello qualche effetto speciale tuttavia, merito del grande Tom Savini e ottimo, forse più del primo, il trucco di “Granpà” il nonnetto succiasangue, davvero inquietante in questa seconda puntata. Savini ci regala anche qualche bella scena sanguinaria, e almeno sotto questo aspetto c’è stato uno step-up sulla violenza. Un mezzo fallimento dunque, passabile solo per i fan più accaniti, e primo di una terzina di seguiti derisibili. Ultimi 16 secondi rei di abbassare questa valutazione…
Tra le nuvole è un film che tocca temi delicati ed importanti, come la crisi economica, il problema dei licenziamenti e la scelta del tipo di vita.. Il film evidenzia come tutti prima o poi desiderino dei legami, perchè, come dice Ryan, “la vita è meglio in compagnia…”.
Non c’è certo da aspettarsi un film veloce, costellato di scene indelebili, ma più che altro un film abbastanza riflessivo e oscuro (nota di merito a mio parere le location utilizzate che danno un vero senso di desolazione). Molto bella la tecnica del flashback utilizzata, durante i quali il senso di insanità e sofferenza dei protagonisti viene evidenziata man mano che il film volge al termine. Belle le musiche, molto dark, e personalmente do una strizzata d’occhio alla grande canzone dei Ramones (a rifletterci potrebbe anche essere inadatta) utilizzata nei titoli di coda, che è stata scritta apposta per questo film e porta lo stesso nome. Nella media l’interpretazione degli attori e nota di credito soprattutto all’allora piccolissimo Miko Hughes, nella parte di Cage, un vero bambino prodigio dell’horror per aver prestato, nella sua inconsapevolezza infantile, una recitazione adattissima per un personaggio cattivo. Stupendo il finale che evidenzia come l’uomo fino alla fine sia incapace di accettare la morte e si ostini per amore a voler andare contro le leggi della natura. Tirando le somme forse Pet Samatary può lasciare il segno nello spettatore più per merito della storia (merito di Stephen King) che sotto l’aspetto tecnico (regia, il montaggio, scenografia,ecc) e a tratti il film potrebbe apparire lento in attesa dell’ottimo finale. Concludendo: Mary Lambert riesce nell’intento di dirigere un film gustabile, seppur non esagerato, e rendere giustizia una volta tanto alle idee cartacee di un grande scrittore, portando sullo schermo un senso di malinconia e follia. Una visione è più che consigliata.
Genere: Animazione, Commedia Note: There is a rating embedded within this post, please visit this post to rate it.
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